Dalla Conformazione all’Essere – 2ª parte

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… Da una parte vi è l’essere umano che anela a vivere e amare, a crescere e migliorarsi attraversando il mondo come presenza concreta e irripetibile. Dall’altra vi è la persona, cioè il profilo legale attraverso cui quella presenza viene “formattata” per essere utile e funzionale all’ordinamento sociale….

Potremmo dire che la persona è una sovrastruttura dell’Essenza, non l’individuo nella sua interezza, non il mistero dell’essere spirituale, ma la sua immagine idealizzata e configurata giuridicamente, utile se produttiva al sistema di valori sociali.

Questa riflessione non implica giudizi, ma indica un fatto strutturale della modernità. Per entrare nell’ordine civile la Vita vivente e l’unicità dell’individuo sono secondari e in larga parte sacrificati, poiché è solo la persona giuridica che assume una forma riconoscibile per la società. La registrazione permette cittadinanza, istruzione, accesso ai documenti, lavoro, mobilità, proprietà, conto bancario, successione, tutela legale, diritti sociali. Senza questa “legalizzazione” regolamentata, l’essere umano rimane fuori dai circuiti che la società offre come validi e indispensabili. La persona giuridica è dunque il codice per varcare la soglia di accesso alla vita sociale riconosciuta e normata giuridicamente dagli stati.

A questo punto nasce una domanda: “Se un neonato alla nascita è codificato come un’entità documentale amministrativa, allora questo bambino non è solo un atto naturale, ma anche un fatto istituzionale?”.
“Non è accolto solo da una famiglia o da una comunità, ma anche da una normativa che ne attesta l’identità e ne sancisce la funzione?”. In tutto ciò, è lecito chiedersi: “Ma dove viene relegata l’Essenza umana?”.

Un dettaglio curioso rende questa riflessione ancora più radicale. Nessuno viene mai consultato su questo tema, ogni essere umano viene iscritto nel sistema giuridico prima di poter parlare, prima di essere in grado di comprendere, di assentire o dissentire. L’identità legale precede la cosxienza dell’interessato essendo determinata prima che il soggetto possa interrogarsi sul senso della propria Vita.

Il certificato d’esistenza, allora, è il supporto attraverso cui una certa forma di esistenza è sancita, avvalorata e valida, trattabile e spendibile come previsto dall’ordine costituito. Tutto ciò non è creato liberamente dall’individuo, ma generato su di lui, e non nasce mai da una scelta consapevole, ma da una regolamentazione, una necessità strutturale del sistema sociale.

La differenza tra essere umano e persona non è una finezza terminologica, ma una chiave interpretativa potente: mostra come la modernità non amministri la vita nella sua totalità (interiore ed esteriore), ma esclusivamente nella forma in cui essa può essere convertita in risorsa codificata e gestibile.

Si può considerare questo processo come una semplice evoluzione dell’organizzazione sociale, necessaria alla complessità degli Stati moderni. Oppure si può intravedere in esso una frattura originaria, una distanza tra la vita vivente e la forma sotto cui essa viene riconosciuta. In ogni caso, il punto focale è che tra la persona che compare davanti all’ordinamento e l’uomo spirituale ed essenziale non vi è alcuna corrispondenza.

E allora potremmo ancora chiederci: “Che ne è dell’essenza vivente dopo aver ‘indossato’ la maschera dell’attore?”.
Sei stato “schedato” in questo sistema prima di saper parlare, prima di saper pensare, prima di poter dare o negare il consenso o anche solo capire la domanda. Oggi sono i dati sul tuo documento digitale che provano non la tua esistenza umana, ma la tua posizione legale.

Se la distanza tra l’Essere e la sua rappresentazione è Reale, allora il problema non riguarda più soltanto il diritto, ma l’identità stessa, non in merito a ciò che ti viene attribuito ma a ciò a cui ti conformi senza accorgertene. Nel tempo, la forma tende a sostituire la sostanza; la maschera, indossata abbastanza a lungo, non viene più percepita come tale, anzi diventa te. E ciò che nasce come strumento di riconoscimento si trasforma progressivamente in un perimetro (una prigione psichica) entro cui l’uomo si pensa, si sente, si definisce, si limita, si interpreta.

Qui non si nega l’ordine sociale, né lo si combatte, ma si mostra con chiarezza il punto in cui esso finisce e inizi tu, così che tu possa riconoscere che ciò che è registrato, codificato e certificato non esaurisce mai ciò che sei interiormente. Questa presa di cosxienza offre uno spazio potente: l’uomo può interrogarsi non su ciò che gli è stato assegnato in modo sistemico, ma su ciò che in lui non può essere ridotto e limitato.

Infine, se tutto ciò che il sistema riconosce è una forma, una funzione, una posizione giuridica… allora la domanda finale è:

“Chi, o cosa, rimane quando nessuna forma è più sufficiente a definirti?”.

 

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Hermes

 


 

 

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