Io Sono (3° Atto)

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IO SONO

ATTO III

 


“L’essere è e non può non essere; il nulla non è e non si può pensare”.
– Parmenide

 

Con il passare degli anni, la mia tendenza alla fuga si è affinata, evolvendosi rapidamente attraverso il susseguirsi di eventi, identità, fallimenti e successi che hanno costruito, gradualmente, un “io” incompiuto, ma apparentemente a suo agio. Eppure, nel profondo del mio Essere persisteva una tensione costante: la vaga sensazione che qualunque traguardo avessi raggiunto non fosse mai stato del tutto completo. Ogni successo si trasformava subito nella nuova normalità, e l’orizzonte del vero Scopo si allontanava ogni volta di un passo.

Attrito interiore e splendore esteriore non procedono mai allineati; lo sforzo di tenerli in piedi entrambi tormenta l’animo e consuma ogni energia. All’epoca non sapevo come spiegarlo, avvertivo solo vuoto e un’immensa stanchezza. Ed è stato in quel vuoto che la ricerca è andata oltre la superficie, spingendosi ancora più in profondità. La fame di dover diventare qualcuno o qualcosa aveva esaurito la sua energia. Accettare la realtà non è mai un fallimento, ma il potere della resa come atto d’amore costituente.

La visione che seguì fu lenta e riluttante, dettata più dalla stanchezza che da una decisione consapevole. Nacque dallo sfaldamento della mia identità e si manifestò in modi ordinari: tutto, dai pensieri alle abitudini, fino al mio stesso aspetto, si trasformò. All’inizio i vecchi stati d’animo persistettero, ma la corrente sotterranea di quel flusso divenne presto impossibile da ignorare, rivelando una trasformazione ancora più radicale, un’emancipazione più viva e profonda.

Mi resi conto che gran parte del mio “io” non era che un cumulo di memoria. Gli eventi del passato erano gli stessi, ma il modo in cui li ricordavo e il significato che gli davo era mutato. Le storie della mia vita venivano narrate daccapo e, osservate da una nuova prospettiva, assumevano forme armoniche del tutto diverse.

Riflettevo: se la mia Essenza fosse solo un accumulo di memoria, cambierei a ogni nuovo ricordo. Ormai non faticavo più a collocare i miei vecchi ruoli nello specchio del passato, poiché li percepivo tutti come frammenti integrati di me: il figlio, il consorte, il padre, l’imprenditore, lo studente, il maestro, la guida. Ognuno era reale finché durava l’interpretazione e ognuno, allo stesso modo, sembrava esaurire la totalità di ciò che ero. Ma ogni ruolo dipendeva da circostanze che potevano cambiare, nonostante nel tempo del viaggio li avevo chiamati tutti “me stesso”.

Eppure, ciò che dipende dalle condizioni esteriori non può mai essere ciò che sono.

Avevo sempre dato per scontato che le azioni fossero mie, ed è proprio questa convinzione la più difficile da smascherare rispetto ai ruoli che ricopriamo. Cresciamo tutti credendo di essere padroni dei nostri pensieri e delle nostre azioni. Ma nel viaggio della Vita ho realizzato che le nostre azioni sono il risultato diretto di condizionamenti, circostanze, forze che precedono la stessa volontà individuale. Fu allora che il senso di paternità degli eventi cominciò ad affievolirsi e iniziò il vero Surrender.

Non sono diventato passivo: semplicemente, la prospettiva è cambiata. I pensieri continuavano ad apparire, le azioni hanno continuato a compiersi e le responsabilità sono rimaste. La pratica del Lavoro era gradualmente entrata a far parte della mia routine quotidiana. Imparare ad osservare i pensieri non è facile: ho dovuto esercitarmi e sforzarmi a lungo prima che qualcosa iniziasse a stabilizzarsi. Con pazienza e volontà ho imparato a guardarmi con sincero distacco, scoprendo che la solitudine del vuoto e il peso dei ricordi potevano capovolgersi ad ogni bivio in un’oasi di pace e beatitudine.

Un ulteriore cambiamento si stava facendo strada, sebbene allora non avessi le parole per descriverlo. Riguardava il legame con la persona che chiamavo “me”: l’entità che avevo sempre considerato il mio “io” stava diventando finalmente visibile, conosciuta, oggettiva. Non c’era più spazio per il giudizio o per la lamentela; soprattutto, era svanito il bisogno di nascondermi e di cercare giustificazioni o gratificazioni.

Un ragazzo una volta era scappato di casa. Da qualche parte, lungo la strada, aveva smesso di correre e di nascondersi. La corsa si era fermata, eppure qualcosa dentro di me continuava a muoversi, avendo imparato a definirsi “un cercatore”. Riconoscere la propria identità è complesso, ma l’ostacolo più grande restava intercettare colui che cercava.

Invero, siamo tutti in cammino: meno egoici, più consapevoli, non ancora liberi, ma in costante movimento verso la libertà.

Oggi sono consapevole che la ricerca spirituale stessa può diventare un’altra forma di fuga, una trappola di cui allora non ero conscio. Stavo lavorando per la libertà, o almeno così credevo, senza rendermi conto che il cercatore è a sua volta un’identificazione potente e coriacea, proprio perché il suo è un ego spirituale. È stata una rivelazione devastante, che ha annichilito l’idealizzazione e il senso stesso del mio “io”. Come facevano notare gli antichi saggi, l’ego può persino attaccarsi alla propria assenza; così la ricerca diventa l’ultimo abito che la mente indossa, e io non ero estraneo a questa dinamica. Chi o cosa, dunque, ne è davvero consapevole? Torno brevemente all’assioma iniziale, perché ormai, per me, non si trattava più di mera filosofia.

 

“L’essere è e non può non essere; il nulla non è e non si può pensare”. – Parmenide

Avevo letto queste parole molte volte, ma questa volta indicavano un punto che non potevo evitare di guardare. Le cose con cui mi ero definito per una vita intera erano apparse e scomparse in forme sempre diverse; eppure, qualcosa di costante e irriducibile non era andato mai perduto. Perché colui che aveva bisogno di essere qualcuno attraverso quelle cose era stato finalmente visto e conosciuto. Non distrutto: conosciuto.

La vita non si ferma: il corpo richiede cibo e riposo, gli impegni incombono, le bollette arrivano, il telefono squilla. Eppure, nel cuore di questa ordinarietà, l’uomo ha il potere di scegliere di lasciare che la visione abbia inizio laddove tacciono le parole. Qui il silenzio non è mai un vuoto ma pura accoglienza; quale libero atto di ricettività, è forma più alta di compassione. È la consapevolezza che ogni anima, per destarsi, deve avere il coraggio di attraversare la propria oscurità e immergersi nel proprio oblio.

Non c’è fuga nella quiete, ma una totale consacrazione alla materia. Ci incarniamo, prendiamo un corpo e penetriamo il tempo proprio per accettare questa sfida: manifestare la maestria dell’immortale dentro ciò che, nato, è destinato a finire. Vivere nel mondo, senza essere del mondo. È così che si trascende l’illusione della fine. Perché la morte non è il contrario della vita, ma solo l’opposto complementare di ogni nascita. Si nasce e si muore, nell’incessante gioco delle forme, ma l’Essere, inconoscibile, mai nato, continua a esistere, perché per sua stessa natura non può non Essere…

Ripercorro il filo del tempo, penetro le pieghe della memoria e con stupore realizzo che lo Spirito è sia la luce che anima ogni memoria che la volontà che fa battere ogni cuore.

Quando ciò accade, allora… Tutto è QUELLO.

 

*

Grazie di aver letto senza pensare

 

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Hermes

 


 

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